.
Annunci online

LEONCA36

L'ULTIMA ARRIVATA ( 1 )

diario 31/5/2013

Non riesco dormire, proprio non c’è la faccio nonostante sono stanca. Un filo di luce trova spazio tra le due ante della tenda per arrivare fino ai piedi del letto. Chi divide il letto con me dorme ancora.

Faccio piano a sgaiattolare fuori del letto per non disturbare, raccatto le vesti buttate via la sera prima, sono disseminate un po’ ovunque. Fuori l’aria è fresca, siamo a maggio, il sole fa capolino da sud-est, dal promontorio davanti alla casa. La frescura del mattino si fa sentire, finisco di vestirmi sulle poche scale del … non so come chiamare l’abitazione, mi è stato assicurato prima era casolare di campagna ristrutturato, ora sorto a più moderno cottage, anche se a me non sembra.

È proprio una bella giornata, accertatomi di questo, mi avvio lungo il viottolo che dovrebbe portarmi al fiume, dico dovrebbe perché così mi è stato riferito. Sono nuovo del posto, ospite gradito per il weekend, dal mio anfitrione.

Sento il ritmico scroscio d’acqua scendere a valle, pochi passi ancora immergerò le gambe nell’acqua fredda del…, chiama-rlo fiume quel che vedo è inappropriato, la definizione giusta potrebbe essere torrente, perché non è un rigagnolo né un fiume. L’acqua è alta poco più di trenta, quaranta centimetri, da più parte pietre levigate fuoriescono per permettere ai perditempo come la sottoscritta, attraversarlo senza togliersi le scarpe. Io, invece le scarpe le tolgo ben volentieri, il mio intento è quello mettere i piedi nell’acqua gelida, per stimola-re il mio sistema elettroencefalogramma. Ne ho bisogno. Dopo pochi metri mi accorgo l’acqua gelida più che stimolare il mio sistema lo congelerà se continuo andare avanti, credo già avere le labbra livide. Raggiungo un grosso masso posto al centro del torrente, mi ci siedo, tiro su le gambe, poggio il

mento sulle ginocchia, osservo l’acqua scendere gorgogliante a valle. Non avrei mai pensato di trovarmi dove sono e con chi. Almeno queste erano le mie intenzioni.

Tutta la vita ho aspettato il mio principe azzurro. Per vent’anni ho avuto la sindrome del matrimonio perfetto. Fin dalla tenera età, ho giocato agli sposi con le bambole, la mia favola preferita è stata “La bella addormentata”, senza sminuire “Cenerentola”. Quanti buoni propositi!

Ora son qui a mirare ciottoli levigati da millenni di fruscio d’acqua. Mi chiedo se quel sasso laggiù, sì quello, proprio quello, con un po’ di muschio sopra, chissà quant’acqua a visto passare sul suo dorso. E oggi, è ancora lì, silenzioso, inamovibile, forse si chiede: che hai da borbottare per così poco, sei giovane. Ne deve passare di acqua lungo l’arco della vita, prima che il muschio ricopra il tuo riposo eterno.

Gli rispondo: senti bel tomo, sarà pure cosa da niente per te, visto da quanto riposi, ma non lo è per me! Giacché non sono prossima al mio riposo eterno! Messo i puntini sugli... ritorno alle mie riflessioni.

Un giorno, come tanti altri, litigavo con Massimo Bugatti, oddio, proprio litigare non direi, diciamo era una vivace conversazione? Lui dovrebbe essere, in verità lo è, il mio capoufficio. Il motivo del diverbio? È presto detto, ascoltate!

Io- «L’hai fatto a posta a passare a me la pratica di quel malato di cervello, vecchio, bavoso e rattoso.»

Lui-«Femia, è una polizza come le altre, trattala con distac- co come hai sempre fatto finora.»

Sì, mi chiamo Eufemia Grassotta, ma non lo fate sapere in giro, vi prego!

Lui ancora- «Quella è’ una parte del corpo come lo sono tante altre, braccia, gambe, dita, orecchie, capelli……»

Io- «Non dire altro, ho capito, comunque insisto, dalla qualcun altro “la pratica”, quel porco mette troppa enfasi nel dire, cazzo, vedessi lo sguardo che fa.»

Lui- «Non posso, lo data già a te, gli altri lo sanno, se vedono che la ritiro per darla a uno di loro,” penseranno”chi sa che cosa, e tu, non vuoi questo, vero?

Io « Cos’è, un ricatto questo Massimo »

Lui « Ma che ricatto, e ricatto! Hai trenta anni, Femia, ti scandalizza ancora sentire la parola cazzo, fica, zinne? Fre-gatene come guarda tra le tue gambe.»

Ha questo punto, come il cacio sui maccheroni entra lei, l’ultima arrivata,si, insomma, la novellina fresca d’impiego di appena dieci giorni, non ancora ricevuto il primo stipendio.

« Eccoti qua, proprio te cercavamo, vero

Lui mi guarda, io di rimando gli faccio l’occhiolino, quello che si fa quando l’altro deve accondiscendere a quello che fa l’occhiolino: ha capito.

« E’ vero Milena, Femia ed io, cercavamo proprio te. Comun- que sarà lei a delucidarti sulla nuova pratica, vero Femia? »

« Si, certo, nulla incontrario, anzi sarò felicissima d’aiutare la nostra cara Milena »

Massimo porge la cartella con la pratica alla sottoscritta, accompagnato con un’occhiataccia di quelle brutte, quella che vogliono dire: hai fatto la furba, ora vedi di istruirla bene, perché se va a puttana il cliente, sono cazzi tuoi, hai capito?

Gli faccio un sorriso da ventiquattro carati, che vuol dire: non preoccuparti, caruccio, so quello che faccio!

Tutto questo casino perché uno stronzo di cliente vuole assicurarsi il “pene”, si quello, il cazzo.




permalink | inviato da leonca36 il 31/5/2013 alle 16:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Blog letto1 volte

Categorie
tags
costume e politica c'è chi lo chiama amico difesa di un fallimento
Link